LA FUFFOSCUOLA

lessico fuori dai denti di insegnante a fine carriera
autore Gigi Monello
euro 6
ISBN  978-88-906775-6-4
p. 128



modernismo velleitario, imbarbarimento dei comportamenti, invadenza genitoriale, buonismo farisaico, mito del digitale, proliferazione degli extra, dissoluzione degli insegnamenti. Questo il bilancio finale di vent’anni di autonomia scolastica. Dalla A alla Z, le parole di un impazzimento collettivo.

alternanze e competenze; autonomie e progetti; successi formativi e stili cognitivi; inclusioni e orientamenti; classi rovesciate e docenti sottosopra; bisogni speciali e furbizie normali. Viaggio semiserio tra i cento feticci verbali di cui da vent’anni campa la scuola italiana

 

 

 

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COMMENTI

LUCIA SACCO - Gilda Milano  69

Mercoledì, 21 Agosto 2019 La FUFFOSCUOLA, l'ultimo libro del Prof. Gigi Monello Gent. Colleghi, ho ricevuto qualche giorno fa una copia omaggio del libro del Prof. Gigi Monello “La fuffoscuola”, Scepsi & Mattana Editori, maggio 2019, € 6. L'ho divorato in poche ore. Purtroppo gli impegni in Sindacato per assegnazioni provvisorie & C. non mi hanno permesso subito di commentarlo e diffonderlo tra i colleghi. Sarebbe bello se la Rivista "Professione Docente" pubblicasse una recensione su questo ottimo libello. Perché consigliarlo? Perché è agile, avvincente, attualissimo, icastico, ironico, irriverente. Con stile lieve e comico, nonostante la gravità e drammaticità in cui versa la scuola italiana, tratta in modo esaustivo gli argomenti che più stanno a cuore a noi docenti. Eccone la scheda con il sottotitolo e i contenuti: lessico fuori dai denti di insegnante a fine carriera autore Gigi Monello euro 6 ISBN  978-88-906775-6-4 p. 128 http://www.scepsimattanaeditori.com/it/535/%20LA%20FUFFOSCUOLA.html modernismo velleitario, barbarie dei comportamenti, invadenza genitoriale, buonismo farisaico, mito del digitale, proliferazione degli extra, dissoluzione degli insegnamenti. Questo il bilancio finale di vent’anni di autonomia scolastica. Dalla A alla Z, le parole di un impazzimento collettivo. alternanze e competenze; autonomie e progetti; successi formativi e stili cognitivi; inclusioni e orientamenti; classi rovesciate e docenti sottosopra; bisogni speciali e furbizie normali. Viaggio semiserio tra i cento feticci verbali di cui da vent’anni campa la scuola italiana.   Ed ecco come si definisce l’autore, un sessantenne professore di Filosofia di un Liceo di Cagliari: “notista, docente, viaggiatore,chiuso in un liceo dai 14 anni”.   Quarant’anni di “reclusione” in un Liceo gli hanno fatto molto bene alla salute, visto che mantiene intatti una giovanile verve polemica e dissacrante, uno straordinario spirito critico e penetrante, una mente briosa e dinamica con cui scoperchia “l’apparenza ingannevole delle cose” e ribalta i luoghi comuni che ci affliggono da vent’anni (l’imperante concetto di AUTONOMIA in primis e tutti i suoi correlati … ecco come viene definita a pag. 27 la COMPETENZA “ possente architrave speculativa, nonché primo mistero gaudioso della religione dell’Autonomia”).   Mi fa piacere segnalare alcuni capitoletti (ovvero “voci”) folgoranti e davvero esilaranti:   -il n. 12 <> che si suddivide in questi sottotitoli: Digitotecnomania, Anglomania, Puerocentromania, Pragmamania   -il n. 17 <>   -il n. 13 <>   Ma la grandezza e la profondità del pensiero del Prof. Monello non si esauriscono in semplici facezie o in farsesche descrizioni delle nostre quotidianità scolastiche; il suo humour è intriso di malinconia e di struggente nostalgia per la “Vera Scuola”, ben diversa dalla “Buona Scuola” o dalla attuale “gigantesca, grottesca, surreale apparenza ingannevole. Un posto dove, ai rapporti di causa-effetto del pensiero critico, si sono sostituiti i rapporti per simpatia e partecipazione del pensiero magico” (pag. 14).   E si leva ben alta la sua voce (insieme alla fronte), nell’ultimo capitoletto di questo agile glossario che va dalla A di AUTONOMIA alla Zeta di ZITTIRE (il contrastivo), laddove cita la slide del corso di formazione per Dirigenti a cura di ANP, in cui testualmente si dichiara che “la scelta dei docenti in funzione del PTOF dà ai DS il vantaggio di non avere le mani legate rispetto ai docenti contrastivi”.   Il libro si chiude infatti con questa possente immagine del docente, che non si arrende, che non rinuncia a ragionare con la sua testa, irriducibile e contrastivo, che si aderge (spesso solitario e/o isolato) in mezzo al Collegio Docenti/Gregge:   <>   La fuffoscuola: una lettura piacevole ed edificante, da consigliare non soltanto ai colleghi sotto l’ombrellone, ma anche ai 2.900 futuri dirigenti scolastici, che saranno impegnati nei mesi estivi nella scelta delle sedi e nei corsi di formazione dirigenziale! Lucia Sacco Coordinatrice Provinciale Gilda degli Insegnanti di Milano Via N. Paganini 3 20131  - Milano Tel. 0229536049 Fax. 0229536046

Renza Bertuzzi  70

da Professione Docente, 29.10.2019 In questi anni, i libri di scuola e sulla scuola hanno conosciuto un  incremento molto intenso.  Siamo nell’ età della scrittura e   della narrazione,  a spese, spesso, della lettura. Tutti scrivono.  Scrivono molto coloro che hanno più o meno il verbo a portata di mano ( di tastiera) e  che hanno la quadra da comunicare ai docenti. Ecco qua come dovete fare per salvare la scuola.  Il più delle volte, costoro suggeriscono banalità, luoghi comuni, tecniche didattiche in auge da almeno cinquant’ anni bellamente ignorate dai suggeritori. Scrivono anche i docenti, a volte per raccontare fatiche trasformatesi in successi; a volte per far ridere i lettori, mettendo alla berlina i propri studenti; a volte per raccontare emozioni. A nessuna di queste tipologie appartiene Gigi Monello.   Insegnante in un liceo di Cagliari, all’ ultimo anno di servizio,  è uno studioso e ha scritto questo libro per  raccontare il nulla di questa scuola. Fuffascuola è un titolo che non gira attorno all’ argomento, entra da subito in medias res , con il sottotitolo Lessico fuori dai denti di insegnante a fine carriera:  la scuola rinnovata dalla sinistra, continuata dai vari governi di ogni colore che si sono alternati, è semplicemente fuffa, che rientra in quella  apparenza ingannevole che ha caratterizzato la società negli ultimi vent’ anni.  Dalle medicine immaginifiche contro il cancro ( Di Bella), a Berlusconi, dichiaratosi capace di governare meglio degli altri, alla scuola dell’ autonomia.   E così di fuffa in fuffa, questa scuola si è avviata verso una totale e completa rovina e i risultati degli studenti, ignari dei fondamenti delle discipline più importanti, come la matematica (cfr articolo di Fabrizio Tonello) o la storia (cfr il  convegno sulla eliminazione della traccia di storia all’ Esame di Stato e la relazione di Adriano Prosperi, in questo numero) ne sono esempio tragico e difficilmente  confutabile.   Il processo che continua imperterrito nella incoscienza colpevole politica e sociale ha le sue stazioni, che Monello analizza con acribia, con riflessioni al vetriolo sommamente reali.   Sono stazioni lessicali (le parole sono pietre), che vanno dall’ A (di autonomia) alla Z di zittire (dalla slide n.12 dell’ ANP Piano triennale dell’ offerta formativa, che auspicava di “ non avere la mani legate con i docenti contrastivi “), passando per  dirigente, competenze, Legge 107/15, bes e così via, analizzando ogni piega perversa di questa realtà fattuale in cui si è immersi. Si tratta di analisi documentate, basate su leggi e circolari ( ma anche su analisi critiche, tra cui articoli di “ Professione docente”)  che non lasciano spazio al dubbio: tra le pieghe di questa massa  cartacea che infesta la vita quotidiana dei docenti, è passata bellamente  la modifica costituzionale della scuola. Non più luogo di trasmissione di cultura e di educazione dei giovani al pensiero critico ma luogo in cui fare altro : tutto meno che quello per cui è stata collocata tra i principi costituzionali.    E’ un testo sarcastico, non certo divertente chè ciò che racconta non fa ridere. Un libro tragico che non commuove, ma  che lascia sbigottiti, di fronte al nulla che sta distruggendo il futuro di un paese.   Il prezzo politico di questo libro, 6 euro,  è un invito alla diffusione larga, capillare.  Un  libro che va letto  e discusso:  non sappiamo se i buoi siano già tutti  fuggiti, ma forse qualcosa si può ancora fare. Almeno non illudersi che  tutto ciò che viene propinato a scuola è necessario e utile. E magari, provare a ribellarsi per il bene nostro di docenti e per l’ interesse pubblico. 

Giovanni Carosotti  71

Il nulla del pedagogismo. Il coraggio di affermarlo chiaramente "NAZIONE INDIANA" 7 Dicembre 2019 di Giovanni Carosotti Per introdurre l’importante pubblicazione di Gigi Monello [La Fuffoscuola. Lessico fuori dai denti di un insegnante a fine carriera, Scepsi & Mattana Editori, Cagliari 2019] conviene partire da una citazione di Giulio Ferroni contenuta in questo volumetto, di sorprendente attualità, che anche a me è capitato di citare più volte, pure recentemente, e che ho con soddisfazione ritrovato tra i riferimenti di Monello: «Il linguaggio della pedagogia associa spesso in frullati turbinosi materiali letterari, tecniche desunte dalle più varie scienze, gerghi massmediatici, anglismi di vario tipo desunti da trattati di pedagogia e di psicologia , formule politico-burocratiche: i termini più diversi assumono nell’argomentazione pedagogica un’aura tecnico-scientifica che spesso copre ed esalta riferimenti in realtà piuttosto semplici e banali. Ecco ad esempio un gran parlare di ottimizzazione dell’apprendimento e un vario schierarsi di funzioni quali amplificazione, implementazione, distanziamento, globalizzazione, individualizzazione. A leggere molti testi di questo tipo si ha proprio l’impressione di essere presi nella rete di un’ovvietà che si presenta come complessità». Il testo di Monello parte proprio da qui, da una volontà dissacrante nei confronti di questa neolingua, di chiaro sapore orwelliano, che ormai domina in modo incontrastato tra i tecnici del MIUR, indipendentemente dal colore dei governi che in questi anni si sono succeduti, e che viene imposta con violenza normativa alle scuole, in modo così pervasivo da essere stata interiorizzata, per stanchezza o arrendevolezza, da molti docenti (usiamo il termine violenza perché tali documenti, avendo la pretesa di fondarsi su presupposti scientifici non discutibili, si impongono quali necessità epocali, senza confrontarsi con l’autorevole letteratura critica e i dati falsificanti). Mostrare con raro senso dell’umorismo che il «re è nudo», che dietro tale linguaggio c’è solo cialtroneria concettuale e aberrazione linguistica, è l’intento di Monello. Il quale, e vedremo perché è bene tenerlo presente, ha al suo attivo alcune interessantissime pubblicazioni di ordine storico di grande profondità analitica e filologica, che meriterebbero ben altra diffusione [Accadde a Famagosta. L’assedio di una fortezza veneziana, Cagliari 2006; Il principe e il suo sicario, come Cesare Borgia tolse dal mondo Astore Manfredi, Cagliari 2007; e, di carattere letterario, La luce nel fosso, tre racconti su Leopardi e Napoli Cagliari 2014]. Per non parlare di alcune attività di approfondimento didattico con i suoi studenti, di argomento meritevolmente disciplinare, a testimonianza di come, per coinvolgere gli alunni, non sia necessario mascherare i contenuti disciplinari con apparenze falsamente attualizzanti e strategie ludico-distraenti. Tale precisazione sul carattere erudito delle conoscenze di Monello è essenziale. Innanzitutto per interpretare in modo adeguato il titolo, La Fuffoscuola, che potrebbe suonare come una boutade, uno sguardo sì ironico sul linguaggio diffuso presso il MIUR, ma sostanzialmente pregiudiziale. L’espressione intende invece denunciare, in modo rigoroso, il carattere di pseudoscienza dell’impostazione teorica che, da Luigi Berlinguer in avanti, è stata fondamento di tutta la politica riformatrice verso la scuola. E che pseudoscienza resta, nonostante la continuità con cui è stata perseguita e il sostanziale accordo tra tutte le forze politiche nel volerla realizzare. L’inizio del testo è fulminante, mostrando l’uso improprio di metafore utilizzato dai fautori della cosiddetta «didattica inclusiva», nella volontà di corroborare il carattere innovativo della loro azione (“canotti”, “salvagenti” e “trampolini”, con questi ultimi che nulla c’entrano con l’accostamento «nuotare»-«apprendere» che si vorrebbe sostenere). Una tale argomentazione viene subito definita quale «stronzata», nel senso però dell’importante saggio di Harry Franfurt (Bullshit), pubblicato nel 1986: «la stronzata, a differenza della menzogna, è un comportamento linguistico che non si pone tanto in rapporto con la verità, quanto con l’affettività; risponde cioè al bisogno, vivo in chi la profferisce, di stupire e venire ammirato». Un termine utilizzato dunque non nella sua valenza quotidiana, il che avrebbe portato a un atteggiamento di carattere moralistico, ma in senso «analitico», come l’Autore ci tiene a precisare. In questo senso anche l’espressione «fuffa» va intesa in questo pregnante desiderio di approfondimento linguistico. Dopo avere analizzato l’origine del termine, e avere registrato –con le inevitabili variazioni- la sua presenza in diversi dizionari della lingua italiana, Monello così conclude in nota: «Nel vocabolo pare si fondano due sensi: l’inconsistenza/pochezza e la –compensatrice- apparenza complicata/intricata. Insomma, un’apparenza ingannevole di ingarbugli seriosi, che nasconde la paccottiglia sostanziale». Una precisazione di ordine linguistico che diventa anche, nella nostra interpretazione, un chiaro indirizzo politico; gli insegnanti dovranno anche rassegnarsi alla sconfitta, rispetto a una volontà di affermazione di procedure didattiche che si sono loro imposte secondo una logica totalitaria (proprio perché autocelebrantisi senza alcun confronto contraddittorio, nonostante l’autorevole letteratura che ne provava l’inconsistenza, sistematicamente ignorata), ma non devono fare propria questa “paccottiglia”, ovvero devono continuare a denunciarne l’inconsistenza culturale, l’effetto di devastazione culturale che è destinata a produrre (e di cui i documenti più volte citati nel testo ne sono una chiara espressione), già ormai in stato di deciso avanzamento, anche perché appoggiata e diffusa dai media. Gli insegnanti, memori della figura e del prestigio intellettuale che rappresentano, devono comunque produrre una resistenza culturale e, se proprio non possono evitare di scendere a compromessi con tali pseudo pratiche, devono in ogni caso cercare di limitare i danni, di reggere sul piano dei contenuti, nell’interesse autentico dei loro studenti. Di conseguenza, l’atteggiamento ironico-dissacrante scelto dall’autore, al di là della valenza impressionistica che sembrerebbe possedere un termine come «fuffa», rimane l’unico atteggiamento rigoroso per decodificare il senso del linguaggio dei riformatori. Sulla base di queste premesse, dopo un’introduzione che riporta, con il consueto tono irriverente di Monello, l’origine della degenerazione della scuola, a partire dagli sciagurati provvedimenti di Bassanini e Berlinguer, il testo si struttura nella modalità del Glossario; in venti voci svela la vacuità impressionate e inquietante del lessico proprio della riforma. Un intento, quindi, di decostruzione linguistica, che rinuncia all’idea di proporre all’interlocutore un confronto alla pari, inutile visto che non c’è mai stata risposta da parte del mondo pedagogistico; bensì mostrando il senso del ridicolo, tanto più evidente quanto più la prosa ministeriale si atteggia a linguaggio di pseudo scienza, si prende sul serio e continuamente si auto celebra in nome dell’innovazione. Alcune voci scelte, proposte in ordine alfabetico, sono di carattere storico (Autonomia, Dirigente scolastico), altre di irrisione con intenti però di riflessione metodologica (Fuffa, Marasma, Onanismo pedagogico), altre ancora riguardano i concetti centrali della pseudo-innovazione, ridicolizzati con un tono ironico ma nello stesso tempo con rigore analitico veramente ammirevoli (Competenza, Griglia, Includere, Progetto, Respingere, Successo formativo, UDA, Viaggio di istruzione); cui aggiungiamo quelle che fanno riferimento a una quotidianità docente sempre più umiliata e sempre più privata del tempo che le occorre per raggiungere gli obiettivi formativi (Quotidianità, Allegro sperpero del tempo). Ognuna delle voci è preceduta da un breve, esilarante, commento; tutti a mio parere memorabili per la maestria già ricordata, grazie alla quale l’Autore coglie con puntualità quella che potremmo definire una totale mancanza di “buona educazione intellettuale” da parte di chi quei provvedimenti li elabora. Possiamo aggiungere che Monello si prende una giusta vendetta –e la fa prendere a tutti noi docenti- ripagando il nostro interlocutore legislativo con la stessa moneta, ma attraverso una scelta linguistica più efficace, che ne smaschera l’inconsistenza sul piano teorico; ovvero, se i documenti ministeriali sprezzantemente ignorano le critiche giustificate all’impostazione didattica da essi sostenuta, con un tono serioso e pseudoscientifico francamente imbarazzante, Monello non li gratifica prendendoli sul serio, ma ne deride proprio questa ingiustificata presunzione, rivelando l’inconsistenza del falso sapere pedagogico. Meritano a proposito di essere riportati tre brevi esempi (scelti arbitrariamente da chi scrive) che, confidiamo, una volta letti indurranno al desiderio di conoscerli tutti. Per quanto riguarda la voce “Competenza”: «Possente architrave speculativa, nonché primo mistero grandioso della religione dell’Autonomia. Dicesi “mistero”, poiché il concetto è vago, come vaga ha da essere ogni forza divina che si rispetti. Circa la competenza sarà possibile, al massimo, citarla, immaginarla, recitarla, adorarla, genuflettersi, invocarla, benedirla; mai spiegarla: la sminuireste, portandola nell’ambito del definibile. […]». A cui possiamo aggiungere le ultime quattro righe dell’introduzione alla voce “Onanismo pedagogico”: «Nel caso di specie, il pedagogista sceglie –a un dipresso del dermatologo tra le mediche specialità- il più abbordabile, popolare e rotocalcabile tra gli impegni intellettuali possibili, cioè quello di insegnare a insegnare». In ultimo l’introduzione alla voce “Griglia” «Manufatto idolatrico immancabilmente sbucante fuori ogniqualvolta sia necessario assegnare un qualsivoglia punteggio al virgulto – alias alunno. Nato dalla smania quantificatrice della setta dei costrutto-competenzialisti e divenuto oggetto di sacralità circonfuso, la griglia è oggi insostituibile attrezzo del mestiere docente. Ben nota la sua azione: agendo sui centri nervosi, favorisce rilascio di endorfine, procurando stato di benessere psico-fisico e sensazione di controllo sul mondo. Impagabile risorsa, soprattutto in tempo di esami e scrutini, quando forte è l’ansia da irruzione ispettoriale o ricorso genitoriale (“Se tutte le carte sono a posto – usa ripetere lo scaltrissimo presidente – col cavolo che lo vincono il ricorso”)». Ebbene, a queste voci seguono delle analisi che mantengono lo stesso giusto tono di scherno, ma che sono assolutamente precise nel citare i documenti appropriati, nel fare i corretti riferimenti normativi e bibliografici. Tanto che, a fine lettura, è possibile avere un quadro storico-analitico estremamente rigoroso sulla più che ventennale devastazione culturale a cui è stata soggetto la scuola pubblica italiana. Come dare torto all’Autore, quando si leggono citazioni come la seguente di Giuseppe Bertagna, una tra le tante riportate nello studio: «proprio perché non sono soltanto sapere e saper fare, ma anche, allo stesso tempo, emozione, sentimento, volontà, motricità, socialità, espressività, apprezzamento estetico, azione, intuito che accompagnano, in un intreccio personale indistinguibile, tale sapere e saper fare nel risolvere un reale problema dato, si possono solo testimoniare». Dove si notano contemporaneamente –scrive giustamente Monello- sia la vaghezza concettuale sia un «tono mistico e oracolare […] nella prospettiva dell’attesa e dell’avvento» che non merita in effetti un commento se non nel tono della derisione. Aggiungerei che, in questa citazione, però, al di là della vaghezza, si nota anche qualcos’altro di importante, senza comprendere il quale non è possibile capire come tale inconsistenza teoretica abbia finito alla fine per imporsi: ovvero chi ha scritto quelle riflessioni aveva ben chiaro un obiettivo pratico, politico e ideologico insieme, ovvero quello di condurre lo studente non a una comprensione di ampi orizzonti culturali del proprio presente attraverso una conoscenza olistica e attenta dei diversi contributi disciplinari, bensì metterlo in condizioni di «risolvere un reale problema dato», ovvero rispondere operativamente a un compito assegnato, senza che ne comprenda necessariamente il contesto sistemico in cui esso trova giustificazione. Una logica puramente aziendalista, estranea alle finalità di emancipazione intellettuale e civile che dovrebbe avere la scuola pubblica, e che sfrutta banali argomentazioni psicologistiche per produrre soggettività sostanzialmente subordinate (si veda, ad esempio, il recente documento sulle soft skills, pubblicato sul “Corriere della Sera” il 14 agosto scorso, e che dovrebbe dare origine a un nuovo, evanescente curricolo trasversale). Al di là dello smascheramento di tale mistificazione linguistica, nel libro di Monello appaiono tutti gli stereotipi della nuova pedagogia, entrati ormai a far parte del vissuto quotidiano di ogni docente, spesso ormai applicati con rassegnazione, senza più mettere in atto un doveroso lavoro di opposizione critico-intellettuale, che invece la Fuffoscuola ci invita a elaborare. Dal nuovo ruolo dirigenziale-burocratico assunto dai Dirigenti scolastici, all’abuso del termine «educazione», declinato in modo dispersivo in tante settorialità, alla ricerca non della maturazione formativa, bensì dell’«evento show», che non favorisce la concentrazione, ma la dispersione ludica; dal carattere demagogico del nuovo curricolo di ”Educazione Civica”, al falso progressismo con cui viene giustificata la deriva tecnocratica in ambito didattico e la burocrazia sempre più invadente ed inutile che coinvolge il lavoro quotidiano dei docenti. L’«organico di potenziamento» viene giustamente interpretato nella sua reale funzione ricattatoria verso gli insegnanti. Non mancano nemmeno riflessioni sull’uso ridicolo e ridondante degli anglicismi nella letteratura pedagogistica, né sul modo demagogico in cui viene inseguito l’obiettivo del “successo formativo”, e quello strumentale con cui si burocratizza, con ben altri fini che quelli della reale solidarietà, la didattica inclusiva. Un testo importante, che speriamo possa di nuovo favorire una presa di coscienza critica dei docenti contro la mediocrità intellettuale di chi si è imposto il compito di cambiare i connotati del loro alto profilo professionale e intellettuale. Di modo che essi sappiano riconquistare gli spazi decisionali che spettano loro negli organi collegiali; opporsi con solidarietà a tutti gli episodi di mobbing con cui si cerca di forzare la libertà di insegnamento ancora garantita dall’articolo 33 della Costituzione, per costringerli ad aderire alle nuove, inefficaci e insensate, (pseudo)innovazioni didattiche; saper reagire con il giusto sdegno quando si trovano di fronte i nuovi formatori (gli «scienziati della didattica», ha avuto l’ardire di definirli un documento ministeriale di qualche tempo fa), in modo da affrontarli a muso duro, e metterli di fronte alla loro ignoranza e inconsistenza, in genere tanto più ampia quanto più viene esposta con arroganza. In nome dell’emancipazione civile e politica delle nuove generazioni.

DON PAOLINO  179

Il sottotitolo è “Lessico fuori dai denti di insegnante a fine carriera”; ma poteva anche essere, “tutto quello che avreste voluto sapere sulla scuola pubblica italiana e che nessuno vi ha mai detto”. Per lo meno, non in modo così schietto, secco, caustico, completo. Ciò che domina è la sferza, sempre però sposata alla ironica resa all’ineluttabile trionfo della pazzia. Pagina 101: un giorno qualsiasi in un’ aula qualsiasi di una scuola qualsiasi: gentil liceale femmina alle prese con il brutto affare di una interrogazione di scienze: sa poco e niente. Che fare? C’è la tecnologia, caspita. Scambio di sguardi e sussurri con l’amica là a due passi. Che capisce ed esegue: parte l’ SOS via etere; dopo una decina di minuti bussa la bidella: la principessina in pericolo di traumatico brutto voto “deve uscire perché sta male: c’è fuori la mamma in attesa”. La turbo-tele-mamma. La professoressa stranisce ma non perde l’autocontrollo: la ragazza uscirà, è ovvio; ma al termine della verifica. È uno dei tredici casi di fenomenologia dello sfacelo raccontati da Gigi Monello in un libro dal titolo che proprio non la manda a dire, “La fuffoscuola”. Organizzato in chiave di Glossario (si va dalla A di “autonomia” alla Z di “zittire”, passando per la C di “competenze”, la D di “dirigente”, la I di inclusione, la L di legge 107, la P di “progetto”, la T di “tempo buttato” e via dicendo) e scritto con uno stile scabro e incalzante, il libello (tascabile, 128 pp., 6 euro, lettura da spiaggia, edito da una piccolissima casa editrice cagliaritana) è una gustosa piccola enciclopedia portatile dell'ormai stranoto sfascio della scuola della Repubblica.  La tesi dell’autore è chiara e tonda: non è questione di applicare meglio, integrare, rifinire, aggiustare. No: è proprio l’dea di base della scuola di questi decenni, la famosa Autonomia, ad essersi rivelata una solenne cantonata; idea, per altro, rimasta intatta pur nel frenetico riformare e controriformare della caterva di ministri tanto sinistri che destri. Una volta annullato l’obbligo di iscriversi a quella più vicina e creato un libero mercato di potenziali clienti, ogni scuola si è dotata di una non meglio precisata “identità” al fine di competere con le altre captando iscrizioni a spese dei meno attrattivi; e per captare la regola aurea è “fare cose che non odorino di scuola”, cioè darsi all' “arricchimento dell’offerta formativa”, cioè al “di tutto e di più”: viaggi, uscite, teatri, concerti, cinema, conferenze, incontri, giornate a tema, attività, open day, orientamenti, sensibilizzazioni, alternanze S/L, progetti. Il credo indiscusso è questo: per non annoiare i pargoli bisogna adattarsi al gusto loro e allo spirito dei tempi, cioè al continuo circo mediatico internet-televisivo: un frullato dolciastro dell'universo mondo, uno shakerato di tutto con tutto. La mission? Piacere. Il risultato? Un massiccio spostamento di tempo ed energia che ha fatto a brandelli l'insegnamento delle discipline e prodotto un impressionante scadimento del livello medio di preparazione. Diagnosi troppo severa? Ci pare proprio di no, se è vero, come è vero, che 600 docenti universitari hanno denunciato (febbraio 2017) che nelle attuali tesi di laurea non è raro imbattersi in errori da terza elementare e che l'impoverimento del lessico è talmente spaventoso da scoprire gente che giunge ad ignorare il significato del vocabolo “penultimo”. E se è vero come è vero che l'ultimo rapporto INVALSI sull'istruzione (luglio 2019), ci informa che il 35% degli studenti in uscita dalla scuola media non è più in grado di comprendere il senso di un testo. Un'ultima sottolineatura da questo libretto al vetriolo: la satira contro un altro dei grandi miti della scuola di oggi: la cosiddetta personalizzazione che, adeguandosi allo stile cognitivo e alle preferenze di apprendimento del singolo, dovrebbe portare tutti all'inconcusso “successo formativo”; concetto assai elastico e nebuloso, e assai suscettibile, anziché no, di venir piegato ai poco nobili fini di un notissimo vizio nostrano: il paraculismo. Don Paolino

Paola Murru  165

Se il tono è quello beffardo annunciato e mantenuto nel decorso dell’intera opera, il taglio è quello dell’inchiesta giornalistica, condotta con rigore scientifico, documenti alla mano; un report dettagliato sulle conseguenze delle riforme prodotte da consessi di pseudo-esperti all’interno della scuola nell’ultimo ventennio. Il lavoro solleva la cortina di fumo che soffoca il nostro sistema educativo; denuncia e critica, senza riserve, lo sfascio e le connivenze prodotte al suo interno, con  risultati che ostinatamente vogliamo continuare a ignorare. Gli avventori dei tanti ‘bar dello sport’, che popolano città e periferie, sono metafora di un paese, dove non sarà più sufficiente cambiar ‘li statuti rei’ per modificarne la rotta. L’analisi - l’autore non è nuovo a tali indagini - evidenzia con superiore studio i meccanismi e le dinamiche che sottendono agli insani comportamenti dei dirigenti addestrati a far quadrare numeri umani e bilanci fiscali ; il clima di sudditanza in cui sono costretti ad operare i docenti incapaci di reagire con forza e unità alle criptiche disposizioni ministeriali, che si accavallano con frequenza imbarazzante; il gioco della banda dei Boldretti che con i loro stili pret-à-porter sfilano e all’occorrenza si defilano; l’epidemia di cecità che ha colpito le famiglie noncuranti delle nudità dei propri figli. Un libro in cui non si salva nessuno; una messa alla sbarra che parte dai ‘nomi’ per arrivare agli uomini. Colpevoli tutti, con sentenza passata in giudicato. PAOLA MURRU