Il Principe e il suo sicario

Come Cesare Borgia tolse dal mondo Astorre Manfredi
Con note sparse sopra la mente di un tiranno
€ 16.00
Autore: Gigi Monello
ISBN 978-88-906775-2-6
pp. 192


Un adolescente assassinato sulle rive del Tevere, un principe feroce e improvvisato, un segretario abbagliato dall'azione, un'Italia serpentina e sanguinaria. Sono i fili di un viaggio dentro il “sottosuolo” italiano, sulle tracce del vizio nazionale più profondo: la politica come tecnica al servizio di una avventura estetica.

Roma, Settembre 1499, Rodrigo Borgia, in arte Papa Alessandro VI, volendo metter fine al secolare disordine del suo stato, dichiara decaduti tutti i vicari di Romagna; di nome feudatari, di fatto piccoli re. Con l’apparenza della ragion di stato, ma in realtà per libidine di grandezza, dato a suo figlio Cesare il comando delle milizie, lo incarica di recuperare le antiche dipendenze, concedendogli di farne un dominio tutto suo. Uno dopo l’altro, i signori romagnoli ora scappano, ora son travolti, ora patteggiano la deposizione. La sola Faenza si prepara ad opporsi e a difendere strenuamente il governo dei Manfredi. Attaccata nel Novembre 1500, la città resiste sino all’Aprile successivo, quando, ormai sul punto d’esser presa con la forza, onde evitare le brutture del sacco, capitola ad onorevoli condizioni. Andato a visitare il vincitore, forse circuito dalla sua affabilità, il giovanissimo Astorre accetta di restare con lui. Compiendo l’atto che lo perderà per sempre. Per un anno prigioniero in Castel Sant’Angelo, una notte il disgraziato scompare. Il 4 Giugno 1502 il Tevere ne restituisce il cadavere. Non ha ancora compiuto diciott’anni.

 

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COMMENTI

Nicola Zotti  308

Per la seconda volta ho l'occasione di presentervi un libro di Gigi Monello. Qualche anno fa avevo avuto modo di parlarvi di "Accadde a Famagosta". Oggi ho tra le mani "Il principe e il suo sicario", sempre stampato presso gli editori Cagliaritani Scepsi e Mattana. Voglio subito anticipare a chi ha letto e appprezzato quel lavoro di Monello (Autore per altro prolifico ben oltre questi soli due volumi), che non rimarrà deluso da questo. Anzi. L'Autore rimane fedele a se stesso, sia nello stile dello scrivere, che nelle motivazioni per farlo. Per Monello i "fatti" e la loro puntuale narrazione, non sono tutto. Un evento storico è innanzitutto l'occasione per una riflessione "altra", per esplorare un territorio intellettuale ma anche emozionale di sé. Forse addirittura un pretesto a cui si paga un dazio pesante, perché Monello il "fatto" lo approfondisce con un meticoloso apparato documentale, ai limiti di una ammirevole, quanto obiettivamente faticosa, erudizione. Come studioso di storia dell'arte militare – e passo questa riflessione ai miei lettori – leggendo i due libri citati di Monello, mi sono trovato a pensare quanto il conflitto sia centrale nell'esistenza umana, quanto possa servire, come un grimaldello, ad aprire voragini di pensiero nell'animo umano. Un'onnipresenza ispiratrice in Monello, almeno in questi suoi due lavori. Se in "Accadde a Famagosta" l'Autore faceva dell'assedio dei Veneziani ad opera dei Turchi un'occasione diprofonda e magnetica riflessione esistenziale, in questo suo nuovo lavoro al centro della riflessione è il potere nella sua forma più assoluta: il tiranno. E pochi uomini nella storia italiana hanno saputo ritagliarsi addosso il ruolo del tiranno quanto Cesare Borgia, il "principe" al centro dell'opera, qui ricordato come carnefice del giovane Astorre Manfredi, signore di Faenza. Cesare Borgia "Il Tiranno", del quale Monello indaga il carattere, con un tono che evita la trappola del biografo, ovvero il rischio di restare intrappolato dal soggetto stesso, per percorrere una strada diversa. La riflessione dell'Autore è infatti talmente ampia da doversi dividere in due: la prima incentrata sugli eventi veri e propri, la seconda che supera i limiti temporali dell'evento per divenire un'analisi del vertiginoso fascino del tiranno sulla cultura politica del nostro Paese. Non un libro di storia militare, anche se bellici sono gli eventi narrati (e anche bene), ma un omaggio all'utilità della storia e dello studio della stessa, quasi un esercizio zen di osservazione estenuante alla ricerca di un'essenza, un esercizio di pensiero lungo, forse difficile da imitare in modo così estremo, eppure suggerito al lettore come esempio da seguire. Nicola Zotti in WARFARE, Rivista on line

Renza Bertuzzi  391

Il furfante abile non tramonta mai “Il principe e il suo sicario” di Gigi Monello è un libro di Storia, un’ analisi della psicologia del tiranno e molto altro ancora. Di fatto, terminato questo testo, avvincente come un romanzo e rigoroso come un saggio, il lettore si interroga sulla natura effettiva dello scritto. Certo, il libro narra uno stralcio della Storia italica, tra il 1499 e il 1502 all’ apice del potere di Papa Alessandro VI Borgia, entrando nel vivo di una vicenda particolare (la resistenza di Faenza al Duca Valentino, il principe di machiavelliana memoria e l’uccisione crudele ed efferata del giovanissimo signore della città, Astorre Manfredi; certo, esso tratteggia anche lo sfondo politico ed antropologico di quella Italia (già da un po’, Ahi, serva Italia...) del 1500, in cui si posero le basi devastanti del futuro del Paese; certo, si interroga anche sui meandri della mente tirannica. Ma non è tutto qui. Ogni volta che si voglia tentare di chiudere questo testo in una definizione, ci si accorge come questa sia imprecisa, non completa. Questo libro, infatti, è un prisma a molte facce. Prima di tutto è un testo, accurato e suggestivo, che fa ripassare al lettore un momento della Storia, magari non bene approfondito; quindi, fornisce elementi sulle dinamiche mentali del tiranno -non solo di Cesare Borgia in particolare; inoltre, induce il lettore -senza forzatura alcuna da parte dell’autore- a ritrovare nella narrazione archetipi imbarazzanti, ancora presenti nella realtà odierna. Solo per fare un esempio, non è difficile riconoscere analogie tra la facilità con cui allora la plebe cedeva alle lusinghe e agli inganni di detentori del potere: bastava qualche festa popolana, qualche divertimento becero e tutto veniva assorbito e la tragica leggerezza con cui oggi, e nel passato più prossimo, non più la plebe ma i "cittadini” credono -hanno creduto- a ciarlatani e paranoici, complici qualche parata o qualche evento comunicativo a luce “sparata”.   E non è finita. Il taglio di Monello insiste sul tasto della Storia vista dalla parte delle vittime. Astorre Manfredi, che nei manuali è un nome e basta, qui diventa ciò che era effettivamente: un giovane nel momento della sua crescita, sul punto di diventare uomo. Ancora ragazzo, con le paure e le angosce dell’età, ma già uomo nella determinazione di resistere. Quindi immagina le sue sofferenze nell’anno della prigionia, la crudeltà di chi gliele aveva inflitte e di chi ha posto fine alla sua vita. Sopra a tutto, infine, sta l’ obiettivo primo dell’ autore di demistificare la figura di Cesare Borgia, e con lui tutta quella italianità profonda. "Che percorre la fibre più intime della nazione: da Borgia a duci, principi e capipopoli più recenti. Fatta di dilettantismo, cinismo e retoricume e del suo complementare: la vecchia, cara, funesta ammirazione per il furfante abile."   Dunque, il testo si fa irridente nei confronti dei Grandi, osannati: a cominciare dal “Segretario fiorentino”, l’uomo “di scrittoio abbagliato e incantato dall’uomo di azione”, (che -come è ampiamente noto- pensò al Valentino come modello del moderno Principe) a seguire con tutti i vari Borgia/fascinati, tra cui Maria Bellonci. Gigi Monello rovescia la visione di De Sanctis che vedeva nell’uomo guicciardiniano il paradigma di quella degenerazione che, con parola machiavelliana, costituiva la «corruttela» della società intera. La corruttela, sostiene Monello, è invece nella storia dei Borgia dove c’è una sconcezza speciale che esige di essere colta; la parte più sottile del fascino , quel senso di cialtronesca inversione assoluta, quello sberleffo solenne ai valori morali...   Non può esserci politica senza morale, dunque. Ci perdoneranno, certi maggior nostri, se non ce la sentiamo di contraddire il nostro autore. DA GILDA/PROFESSIONE DOCENTE, MARZO 2016  

Paola Murru  332

Sintesi condotta in modo esemplare. L’autore, come lo zio Toby di sterniana memoria, ricostruisce chirurgicamente, stante il cospicuo numero di fonti consultate, analizzate, sviscerate, l’assedio di Faenza, per poi condurci ad esplorare, sorprendentemente, altri ‘territori’ che è consigliabile scoprire da soli… Ciò che va sottolineato e che rappresenta un valore aggiunto, è la indubbia capacità di piegare di continuo la lingua alle necessità della narrazione. L’uso frequente dell’asindeto e della costruzione paratattica rendono il ritmo incalzante e, a tratti, forsennato, costringendo il lettore a scorrere a tappe forzate le pagine per giungere al più presto alla conclusione; ma c’è una conclusione? La storia raccontata così non l’avevamo mai vista.

Daniele Barbieri - http://www.labottegadelbarbieri.org/  351

Che errore messer Niccolò (Machiavelli, è ovvio) vedere il modello del principe moderno – parliamo del 1400/1500, ricordate? – in Cesare Borgia, detto «il Valentino», figlio di Rodrigo Borgia, cioè papa Alessandro VI. Nella sua visione real-cinica Machiavelli racchiude in lui i concetti di virtù e fortuna. E tanto dovrebbe bastare. Ma io prendo la rincorsa e contro l’idea machiavellica scaglio, come fosse un giavellotto, codesta citazione di Paolo Sylos Labini (da «Un Paese a civiltà limitata»): «Smith critica Machiavelli perché questi non critica in alcun modo i mezzi usati da certi politici, anzi nella sostanza li approva. E’ giusto affermare invece che i mezzi non possono essere separati dal fine: mezzi barbari deturpano il fine in modo difficilmente rimediabile». L’affermazione di Sylos Labini è una delle citazioni (le altre sono di messer Niccolò, di Madame de Stael e di Carlo Emilia Gadda da «Eros e Priapo») che aprono un libro strano quanto interessante: «Il principe e il suo sicario» – sottotitolo «Come Cesare Borgia tolse dal mondo Astorre Manfredi. Con note sparse sopra la mente di un tiranno» (188 pagine per 126 euri) – di Gigi Monello è stato pubblicato dalla casa editrice cagliaritana Scepsi & Mattana nel settembre 2014 (*). In realtà si tratta di un doppio libro in un solo volume. Infatti nelle prime 106 pagine si narra di Cesare Borgia, delle sue conquiste militari, delle infamie, dell’assedio di Faenza e della triste fine di Astorre Manfredi; nelle altre 80 circa si ragiona – con l’aiuto di Erich Fromm, di Dumas padre, di Franco Cordero, ma anche di Quinto Navarra, cameriere di Mussolini – sulla mente dei tiranni antichi e moderni «Una storia di italianità profonda» scrive Gigi Monello in apertura: «fatta di dilettantismo, cinismo e retoricume». Sta parlando di un personaggio minore (ma fino a un certo punto) cioè il sicario Micheletto Coreglia, ma potremmo prendere questa definizione per l’insieme delle vicende narrate con le solite eccezioni che, si sa, regola non fanno. «Eppure c’è una sconcezza speciale nella storia dei Borgia» e qui viene ben spiegata navigando nel «serpentario Italia» (cioè «decine di Stati, un mosaico grottesco»), nelle feste e nei brevi Carnevali («cosa nascondono»), nella «sbalorditiva mescolanza di cose opposte» (forza e fratellanza), nelle «belle guerre di Romagna» con un variopinto esercito dove marciano insieme preti e puttane, via via fino alla resa di Faenza «alle ore 12 del giorno 25 aprile 1501»: la resistenza eroica della città contro l’armata di Cesare Borgia durò «157 giorni esatti» e di essa molto si sa mentre per il dopo «tutto in questa storia diventa nebbioso, indefinito, congetturale». Lascio a chi di vicende storiche si appassiona scoprire il bel lavoro di fonti (certe, dubbie, di parte…) e di ipotesi, anzi «congetture», che l’autore compie nella prima parte di «Il principe e il suo sicario». Una delle definizioni possibili che i vocabolari forniscono per la parola monello rimanda a «vivacità, eccessiva e spesso impertinente»; fedele a questa etimologia Gigi Monello non manca di irriverenza salutare verso la cattiva retorica patriottarda. Ma le “monellerie” sono soprattutto nella seconda parte, le «note sparse sopra la mente di un tiranno». Cesare Borgia «… punirà atrocemente, danzerà, giocherà, banchetterà, taglierà teste a tori, possederà donne, stuprerà probabilmente; ucciderà con le sue mani, governerà, spargerà terrore, otterrà obbedienza…». Eppure i suoi cantori, i «Borgia-fascinati» – che arrivano a lodare la sua (inesistente) passione per la cultura – ne faranno un «oggetto letterario», cantando il «cattivo grande, perfetto e maledetto». Mentre “il Valentino” era soprattutto uno «smargiasso»; uno di quei «capibanda, megalomani e cinici, ingenuamente scambiati per facitori di storia»; così Gigi Monello intitola un bel capitolo che ci conduce dal 1500 alle cronache italiche contemporanee, passando da Benito Mussolini fino a Cesare Previti che – prima di cadere definitivamente – viene additato come un «affascinante malandrino». Questo per ciò che riguarda il «Principe», i suoi bassi cortigiani e i suoi alti “machiavelli” (**). Per il «sicario» invece è bravissimo Gigi Monello a farci fare un salto di 422 anni parlandoci di Amerigo Dùmini: che ricordiate chi sia oppure no… ragione in più per leggere questo libro. ATTENZIONE: ho scritto qui sopra che il libro costa 126 euri. Mi tirano le orecchie per il refuso traditore che scoraggia chi vorrebbe acquistarlo; togliete quel 2 in mezzo, restano 16 euri, il prezzo vero. Accettabile per 188 pagine con molte (belle) immagini. (*) Questa recensione va a collocarsi nella rubrica «Chiedo venia», nel senso che mi è capitato, mi capita e probabilmente continuerà a capitarmi di non parlare tempestivamente in blog di alcuni bei libri pur letti e apprezzati. Perché accade? A volte nei giorni successivi alle letture sono stato travolto (da qualcosa, qualcuna/o, da misteriosi oppur banali e-venti, dal destino “cinico e baro”, dalla stanchezza, dal super-quasilavoro, dai banali impicci del quotidiano +1, +2 e +3… o da chi si ricorda più). Ogni tanto rimedio in blog a questi buchi, appunto chiedendo venia. Ah, alcuni libri li compro in ritardo magari sulle bancarelle, o li vado a prendere in biblioteca, visto che costano troppo per le mie attuali tasche. «Allora fai il recensore?» mi domandano qualche volta. «Re e censore mi sembrano due parolacce» spiego: «quel che faccio è leggere, commentare, cercare connessioni, se è fiction accennare alle trame (svelare troppo no-no-no, non si fa), tentare di vedere perché storia o tema, personaggi o protagonisti, e stile o analisi mi hanno convinto o catturato». Altra domanda: «e se un libro non ti piace, ne scrivi lo stesso?». Meditando-meditonto rispondo: «In linea di massima ne taccio, ci sono taaaaanti bei libri di cui parlare perché perder tempo a s/parlare dei brutti?». (db) (**) è certamente un caso, però mi piace credere che non lo sia: Machiavelli è il nome dato a un gioco dove si vince, con un pizzico di fortuna certo, sopratutto se si è abili a ri-mescolare le carte in tavola.

donpaolinoaspromt  452

Per andare al sodo, meglio lasciar stare la sinossi e guardare invece le figure: cortigiani inchinati; Arlecchini e Brighella, bastoni e coltelli alla cintola, sinistri, sicarieschi; prostitute fastose; giochi di piazza, cacce al toro; soldatacci, baffuti e barbuti, piumati, archibugi alla mano; e Pulcinelli osceni, a frotte; sbavanti attorno a pentoloni fumanti. Che vuol dire la galleria? È presto detto: è l’Italia profonda, metastorica, l’impasto perenne della nazione, il grumo denso che sopravvive intatto nei secoli; e dai secoli risale sino a tempi vicini. Vicinissimi, anzi. Boccone per vecchi lettori (e rimasticatori) di cose italiche. Usare cautela: posson scaturirne “fughe di idee”. È come se frammenti di mille cose sepolte, prendessero a volteggiare: Ciceruacchio e Masaniello, Porcari e Cola, il Re Cafone e Lazzaretti; Mussolini e Starace: vino, palazzo, bordello, uniformi, cibo; frescure e nefandezze; grandezza e putridume. È l’Italia dell’eterno brigare e corrompere, dell'ammiccamento e del gesticolio, del sangue e del ridere facili; sullo sfondo di un immancabile “pittoresco”. Enigma cattivo e insondabile: non‒stato, non‒nazione, fabbrica maledetta di avventure individuali prosperanti sopra un popolo come nessun altro permeabile al vitalismo del mascalzone. L’occasione per rivelare questa sorta di struttura atemporale, l’autore va a cercarsela nelle minuzie fattuali di una vicenda locale, la conquista di Faenza per mano di Cesare Borgia, durante quel triennio 1500-1503, che vide il bastardo papale sul punto di procurarsi ‒vera botta di fortuna‒ sostanzioso Principato. Fruga in quelle fangose storie, e là trova l’anima di questo paese: una cosa a mezzo tra sinistro e pagliaccesco, feroce e servile. La patria risulta incatenata a maledizione super‒fisica: generare ciclicamente seduttori di diversa fortuna e durata. Tutte le volte che circostanze lo permettano, le maglie larghe de l’etica de noantri, producono l’amorale fiutatore del vento. Sottosuolo irriducibile; infernale stigma. Cesare Borgia? Il prodotto del costume familistico‒predatorio che impregna le fibre di un paese precipitato da grandezze imperiali allo sminuzzamento umiliante dei secoli di mezzo e di dopo-mezzo: luogo di giochi altrui, servitù ed affronti. Dal Duca parvenu sino alle ultime vicende del ventennio tele-populista (ma si potrebbero trovare più “palpitanti” prove), un inesorabile destino ci attanaglia; gente inconfondibile. Libro duro e scabro; ma anche gioco barocco ‒assai studiato‒ di incastri, pienezza/ricercante. La scorrazzata è pirotecnica: dettagli su fortificazioni e assedi, conflitti mediterranei, impulsi ventrali del popolaccio romano (altari, carnevali, corse di storpi, porci scannati per gioco); necessità termodinamiche: principi fisici tutto-reggenti: indenni, silenti, ubiqui. Faenza, città assediata da multicolore orda pagata coi santi denari, appare pecora morente dentro un anfratto; sistema entropico che perde energie senza poterle rimpiazzare. L’impossibile repertorio del “tutto”, avvenuto o congetturabile, viene tentato: criteri per un catalogo di tutti i “modi di uscire dal mondo”; disquisizioni idrostatiche sul galleggiamento dei cadaveri (il Tevere abbonda dell'articolo); immaginazioni controfattuali (“che sarebbe accaduto se Astorre non avesse fatto ciò che di fatto fece”); divagazioni antropologiche su mente e sguardo (fan capolino Sartre e Fromm): l’adolescente Astorre chiuso in gabbia, annichilito a 17 anni; il tiranno Cesare, sadico perché spaventato; roso dalla “paura della libertà” che lo muove a sua insaputa; la soldataglia saccheggiante e stupratrice, che il bel tomo si porta dietro, usa a far beffe a base di escrementi; merda cui non mancan metafisici risvolti. Scrittura secca e incalzante; libro irridente e senza riguardi. Liquida con disinvoltura una gloria del Pantheon nazionale, Machiavelli, il consacrato, l’intoccabile, il “fondatore” della scienza politica; straccia Cesare Borgia, per alcune teste sognanti (“signore malate di Rinascimento”) principe dall’alto sentire, capace di unificare anzitempo l’Italia. Piccolo borghese dal cervello sottile, e la penna un po’ sicaria, il primo; attratto dal sogno della personale grandezza dentro una oliatissima macchina-stato. Niente più che un gradasso avido di vita, il secondo; un’energia primitiva, che fiuta e cavalca l’onda delle circostanze; un figlio della fortuna che va cercando nella grandezza e nella signoria sulle altrui esistenze, il lenitivo contro la sua paura di esistere; banale faccenduola che include ‒ nientedimeno ‒ la morte. Libro beffardo, serissimo, barocco. Quasi vien da ridere a immaginare che qualcuno lo compri pensando ai Manfredi e ai Borgia, per poi trovarsi davanti Mussolini e Dumini, Berlusconi e Previti. Libro di storia locale “col trucco”, alluso forse da quella citazione introduttiva di “Eros e Priapo” di Gadda. Raccontare una storia, significa perdersi nel mare degli infiniti imbrogli di tutte le altre: “Barocco è il mondo”. Don Paolino

zeteticus  507

Recensione di Cenzo Demontis, già apparsa in forma condensata nel catalogo IBS. Attenzione a non prenderlo per un libro sulle guerre in Romagna al tempo dei Borgia. È un'altra cosa. E per capirlo sarà bene citare per intero il sottotitolo, Come Cesare Borgia tolse dal mondo Astorre Manfredi. Con note sparse sopra la mente di un Tiranno. Il Tiranno, appunto; una buona metà del libro riguarda proprio questo, il ricorrente sogno di alcuni “umani” di poter calmare l'angoscia che procura l'enigma dell'esistere, attraverso il controllo totale delle altrui vite. L'eterno tema del potere, insomma, e del suo fascino demoniaco; trappola per l'individuo che vuole farsi dio, come per la folla che accetta di subire, spesso inebetita dal tono di fatalità di cui si caricano certi personaggi; in verità sin troppo umani. Quale intenzione abbia in testa l'autore è chiaro sin dalla primissima scena: la descrizione di una “caccia al porco”, in piena Faenza, fatta da mazzieri corazzati e con occhi bendati: il porco corre e sbanda, mentre un popolo cupido “di vederla grossa” guarda e sbava. Lo spettacolo è offerto dal Duca Valentino, nuovo signore di quelle contrade. Il Duca di Romagna, il figlio del papa. Signore avventuroso e abbagliante. Il senso del libro si vede già qui: imbastire un'operazione a mezzo tra storia e psicologia; usare una minore - e dimenticata - vicenda concreta per cogliervi dentro l'agire perenne di forze generali; intrecciare “vissuti e categorie”. Cosa spinge certi individui, in ogni tempo e luogo, a correre l'alea rischiosa, dispendiosa, e, spesso, mortale, della “grandezza”? Cosa c'è all'origine del loro totale perdersi nell'impresa? Sino all'annullamento. E perchè attorno a sifatti soggetti si forma magicamente ammirazione, consenso, identificazione? Tutto il libro è percorso dalla tensione di questi interrogativi. Lo splendido Duca – sempre al centro di una fertilissima ed estenuante rielaborazione nero-Fantasy – non ne esce bene: personaggio guappesco, iperattivo, roso a sua insaputa da ansia “da finitudine”, paura, cioè, della vita; eroe disperato della predazione in un mondo percepito soltanto “in orizzontale”. E ancora meno bene ne esce un vero e proprio monumento dell'italica grandezza, lo stracelebrato e canonizzato segretario fiorentino, in giro per terre e per ville del nuovo fortunoso principato; disegnato come una personalità cerebrale assai tentata - anziché no - dal brivido piccolo-borghese dell'azione; e fatalmente destinato ad andare in bambola di fronte alla febbre del vitalista. La narrazione (ma è narrativa o saggio? Un non indifferente apparato di note tiene la cosa in bilico) scorre rapida tra eventi militari, usanze soldatesche, ferocie, intrighi, sotterranee psicologie, ironie “tanatologiche”, aperture improvvise -persino!- su leggi generali della fisica; con una varietà di diramazioni e implicazioni sorprendente. Cesare e Astorre, carnefice e vittima sono la cerniera di tanti fili. Dal primo e dalle sue oscurità, si passa, alternativamente, al secondo: alle sue disgrazie, l'ingenuità che lo perde, le possibilità di salvezza che potevano essere e non furono (“Astorre e i suoi mondi possibili”), il rimpianto per l'errore fatto, le tetre giornate a Castel Sant'Angelo. Libro originale; e coraggioso. Che tenta il colpo dello sguardo antropologico sul male specifico della storia nazionale, il “morbo italico” di cui ci ha parlato Franco Cordero. Nelle ultime pagine l'italianità profonda, il vizio fatale incistatosi nella nazione, risale intatto i secoli e rispunta in pieno ventennio (ma non manca un gustoso “intermezzo contemporaneo” dedicato al milieu romano dell'epoca del telepopulismo), nella Roma del delitto Matteotti, quando un altro fortunoso “Principe” manda in giro per la città il suo sicario. Libro bello e inquietante. E, benchè possa non sembrare tale, per tutti. O quasi. Cenzo Demontis

paolapiso  424

Parlare di Cesare Borgia per parlare di tiranni e tiranneggiati. Si riprende prepotentemente la scena lo storico, l’antropologo, il cucitore di assedi, l’indagatore del gran”guazzabuglio del cuore umano”. Come non apprezzare questa narrazione (notevole l’apparato di fonti prodotto), condotta con le armi proprie dell’intellettuale a tutto tondo, capace di ricomporre avveni-menti intricati e intriganti con lucida caparbietà? Si legge così: tutto d’un fiato, senza distrazioni o deviazioni. Se ne trae diletto e ancor più conoscenza.

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