Lo scellerato marcisce in fortezza

divagazioni sul Conte Felicini, gaglioffo bolognese castigato in Toscana
€ 7.50
Autore: Gigi Monello
ISBN  978-88-906775-1-9
pag. 64


24 Luglio 1672, Domenica mattina: termina a Fivizzano la carriera criminale di Giuseppe Maria Felicini, mandante di undici omicidi nonché di una interminabile sfilza di malefatte minori. Catturato dai gendarmi del Granduca, viene portato a Volterra, carcere di stato, dove rimane sino alla morte, nel 1715. Paga con 43 anni di galera una vita di soperchierie. Raccontata l'ultima volta nel 1919, la storia quasi dimenticata di un legno storto nell'Italia del '600.

 

 1 

COMMENTI

LUCA MENICHETTI - LANKENAUTA  41

La storia del Conte Felicini, nella versione di Gigi Monello, ci viene narrata per lo più a partire dal 24 luglio 1672: era una domenica mattina e “il gaglioffo”, asserragliato in quel di Fivizzano, fu catturato dai gendarmi del Granduca Cosimo e poi rinchiuso nel carcere di Volterra. Da allora furono 43 anni di galera e, considerando le imputazioni a suo carico per almeno undici omicidi, rapimenti e soperchierie di ogni tipo, possiamo pure affermare che gli andò di lusso. Al tempo, giusto ricordarlo, per molto meno si finiva sul patibolo per poi passare a miglior vita con modalità a dir poco raccapriccianti: nella civile Europa, anche agli albori del cosiddetto illuminismo, era consuetudine che il boia, sulla pubblica piazza, si dedicasse a mazzolature e squartamenti. Niente di tutto questo per “lo scellerato” Felicini che pure patì diversi anni di carcere duro; salvo poi aver avuto la possibilità di tornare ad una vita più dignitosa, pur sempre rinchiuso in quel di Volterra. Insomma: “La sua carcassa funzionò; prigioniera, ma funzionò: respirò aria, masticò, sfiatò, tossì, sbadigliò, prese sonno; bevve lambrusco, ebbe sensazioni; gustò minestre, stufati e minestroni” (pp.39). Una vicenda quindi per certi aspetti molto “italiana” quella del Conte Felicini, già citato in “Anime dannate”, un libro di Corrado Ricci pubblicato nel lontano 1919. Poi quasi un secolo di silenzio ed ecco il saggio narrativo di Gigi Monello, autore non nuovo ad operazioni del genere. Ricordiamo infatti “Il Principe e il suo sicario” (2015) edito sempre da Scepsi & Mattana, dove “lo scellerato” era davvero il prototipo del tiranno e del delinquente: Cesare Borgia. La storia del “nobilastro” emiliano, un perdente che finì i suoi giorni nel carcere di Volterra, ha poco o nulla a che vedere con le tragedie causate dalle politiche criminali dei Borgia, ma rappresenta un individuo comunque abbastanza turpe e privilegiato da permettere a Monello di disquisire sui comportamenti di un condannato e dei suoi carcerieri: ovvero un inestricabile ginepraio fatto di etica, giustizia penale e forse impossibile redenzione. Tutti temi serissimi, spesso indecifrabili, che il nostro autore, come nelle sue precedenti opere, ha affrontato con uno stile barocco e del tutto particolare: una sorta di dialogo col lettore, fatto di molte domande senza risposte certe, con un lessico che intende ricalcare, arricchito da grandi dosi di sarcasmo, le antiche fonti del tempo. I tanti interrogativi sono suggeriti in gran parte dai 43 anni che lo “scellerato” ha vissuto in fortezza, evidentemente senza “marcire” neppure troppo se è vero che, anche in età avanzata, ebbe la fregola di farsi l’Antonietta, la nipote del cantiniere: “Anni settantatre: il vecchio intrigante è pazzo di libidine: interrogato, dichiara d’aver sentimenti puri, e che vuole pigliar la ragazza per moglie e che nessuno lo può tenere” (pp.22). Il tentativo di dar sfogo a questa indole alla Don Rodrigo non andò a buon fine, ma proprio questa vitalità inaspettata ha suggerito di approfondire le tesi aristoteliche di giustizia distributiva (geometrica) e retributiva (aritmetica): ovvero quando le disquisizioni sull’Etica Nicomachea incoraggiano domande incentrate sul dubbio se sia meglio “mortorio o morte” (“Che si risarcisce ad una vittima atteso che, non avendo corpo, non abbia occhi e orecchie per saperne nulla?, “Che si castiga in un gaglioffo, posto che non abbia più il corpo?”). Le tesi contrapposte di coloro che auspicano di far lavorare il boia senza troppi indugi e di coloro che intendono far scontare i delitti su questa terra, non trovano soluzione e nel frattempo “mentre i pensatori dibattono sul senso delle cose, i gaglioffi quasi sempre l’hanno già bello che trovato. E lo applicano”(pp.23). Un’applicazione che Monello, in una delle tante note presenti nel libro, ricorda in capo a personaggi dei nostri giorni, emblematici in quanto a follia criminale: Pietro Maso (“tempo addietro uccise a pentolate papà e mamà. Prende 30 anni. Ne sconta 22 e, poco fa, vien liberato […] Carattere immodificabile”) e Anders Breivik (“77 morti, 21 anni di reclusorio: 3,2 mesi a morto”). La lettura di queste pagine di argomento storico e, in un certo senso, filosofico, risulta ancora più fluida grazie ad un palese gusto del paradosso, che peraltro si combina felicemente con il linguaggio di Monello, una sorta di apocrifo seicentesco. Una fluidità che non viene smentita da alcune divagazioni colte e tutt’altro che superflue. Pensiamo all’etimologia di “gaglioffo” che deriverebbe, secondo alcuni, da l’offa del gallo (il cibo del pellegrino) e, secondo altri, dall’incrocio tra gagliardo e goffo. Una divagazione che forse non è neppure una vera divagazione perché, come ancora ci ricorda Monello, soprattutto in un caso criminale come quello del Felicini: “non irrilevante faccenda aver parola giusta, un momento e caso giusto” (pp.54). E difatti, dopo tutti questi excursus tra passato e presente, nella finale “Postilla approssimativa sui gaglioffi”, il nostro autore la sua parola “giusta” l’ha messa, sintesi in fondo di tutta la vita scellerata del Conte Felicini: “morale della favola: in ogni circostanza, il depravato profondo non muta la sostanza” (pp.56). da https://www.lankenauta.it/?p=11803

NICOLA ZOTTI_http://www.warfare.it/  49

Il nuovo lavoro di Gigi Monello è dedicato alla vita conte Giuseppe Maria Felicini. Un piccolo saggio da leggere tutto di seguito, senza interruzioni: dopo esservelo procurato, dunque, regalatevi un'ora di tranquillità e dedicatela a questo volumetto. Di Monello abbiamo già letto "Accadde a Famagosta, l'assedio turco ad una fortezza veneziana" e "Il principe e il suo sicario, come Cesare Borgia tolse dal mondo Astorre Manfredi; con note sparse sopra la mente di un tiranno", tutti editi presso Scepsi e Mattana editori. E questo suo nuovo lavoro non si discosta per intenzioni e stile da quelli precedenti. L'Autore, infatti, è un classico erudito italiano: una stirpe che grazie al cielo non si è estinta nel panorama culturale italiano e che fortunatamente prospera, in particolare nella cosiddetta "Provincia", lontano dai riflettori, che per altro non cerca. Il suo sguardo oggi meritoriamente si è posato su un italiano vissuto a cavallo tra Seicento e Settecento: il conte Giuseppe Maria Felicini. Il Felicini è un malvagio vero. «Egli è cervello torbidissimo che sempre macchina raggiri, bugie, invenzioni», si scrive in una relazione su di lui. E "torbidissimo" è aggettivo molto riuscito per descrivere il conte: più di prepotente e anche persino più di malvagio. Un don Rodrigo sfuggito al setaccio delle parole immacolate del Manzoni, e che ci ritorna nel racconto di Monello come in origine doveva essere: in tutto il suo lordume morale. Non un "grande malvagio", intendiamoci, di quelli che impregnano la Storia con la S maiuscola, ma uno di quelli che, purtroppo con maggiore frequenza, si può avere la sfortuna di incontrare nelle storie di ciascuno di noi. Il suo mondo tenta di dimenticarselo rinchiudendolo nella fortezza di Volterra per 43 anni – dal 1672 al 1715 – fino alla morte. Non ci riuscirà, perché anche in quel periodo di tempo, come un focolaio di infezione, cercherà di corrompere quel poco di umanità che gli gira attorno. Non più capace di grandi delitti, la forza d'inerzia della sua abietta natura prosegue il suo cammino: una meschina perversione che ormai si trascina miseramente, flebile ma sempre viva. Non racconto di più per non rovinarvi la lettura. Non è una biografia tipica, ma una specie di giustapposizione di tessere: ognuna di esse è estremamente dettagliata, un quadro in sè. Le altre mancano, non perché qualcuno non possa ritenerle necessarie, ma perché l'Autore non è interessato a presentare un affresco complessivo, ma è come se avesse riempito il suo quaderno di minuziosi schizzi preparatori, La prospettiva è ravvicinata, non aerea, con l'effetto di toccare gli strati di colore e le pennellate. In questo modo l'Autore raggiunge due obiettivi: in primo luogo punta la sua lente di ingrandimento su una vita che altrimenti sarebbe stata, senza troppi rimpianti, dimenticata, e in qualche modo ci aiuta anche a capire l'epoca in cui essa ebbe il suo corso; e in secondo luogo trasforma quella vita, in fondo insignificante, in un caso esemplare, invitandoci a riflessioni più ampie e senza tempo. Qualsiasi sia l'obiettivo che vi interessa maggiormente, entrambi saranno raggiunti. Nicola Zotti

Don Paolino  119

DON RODRIGO IN LUNIGIANA Cos’ pi giusto fare con un losco tipaccio, un’anima nera, un nobilastro prepotente del secolo decimosettimo che abbia passato buoni 25 anni a tormentare il prossimo con botte, soprusi, rapimenti e ammazzamenti? La fisica espulsione da questo mondo coi gentili mezzi da taglio o soffocamento allora a disposizione; o, invece, 43 anni di lunghissima restrizione in tetra fortezza toscana (Volterra), nove dei quali trascorsi nel fondo senza luce di una umidissima torre? l’interrogativo - classico quando si tratta di farabutti al quadrato - sviluppato nel 3 capitoletto di questo piccolo ma denso libretto, dove, con uno stile da divertimento analitico e un tocco di ambientazione scenica, l’autore d alternativamente voce ai sostenitori dell’annientamento e a quelli della carcerazione perpetua. Chi ha ragione? Quando si potr dire di averla fatta adeguatamente pagare ad un gaglioffone? Se si pensa alla ordinaria fisiologia, perorano gli annientatori, alle ritmiche, fisiche gratificazioni che scandirono quella infinita serie di giornate (15.815), si dovrebbe concludere che il dimenticatissimo italo-prepotente Giuseppe Maria Felicini da Bologna, ebbe fortuna, rimedi il meno peggio, la sfang. La sua carcassa funzion; prigioniera, ma funzion: respir aria, mastic, sfiat, toss, sbadigli, prese sonno; bevve lambrusco, ebbe sensazioni; gust minestre, stufati e minestroni: “fece il bolo, il chimo, il chilo e lo stronzo”. Diede insomma la classicissima itala-fregatura-finale alle sue vittime; putrefatte nella fossa. Cosa del tutto opinabile a sentire gli antagonisti, i reclusionisti, secondo i quali una vita illanguidita, privata di quel minimo di variet che ogni umano crede dovuta, passata a immaginarsi tutto quel po’ po’ di cose di l fuori (che il desso, a suo tempo, si era goduto con disinvoltura molta), castigo assai peggiore della morte, tormento prolungato, spina insomma pi bruttacchiona. L’operetta gioca su tre piani: all’analisi logica del problema “pena” viene intercalata ‒ a mo’ di correttivo ‒ una dose di “vissuti concreti” (come la cronaca della cattura a Fivizzano, dopo lungo appostamento, con il mattacchione “a salame legato”, che passa tra ali acclamanti e insultanti di paesani), cui si aggiunge una sfiziosissima serie di incursioni dottrinali e grammaticali in un lessico storico in gran parte perduto o in via di perdizione. Come nel caso del vocabolo “gaglioffo”, di cui vien data la probabile genesi. Parole che bisognerebbe con rispetto quasi religioso conservare e tramandare, vista la loro potenza etico-descrittiva. L’autore fa uscire dalle tenebre del ‘600 un limpido esempio di farabutto, un vero paradigma incarnato: cambiano le forme, compaiono varianti, ma il tipo resta; e attraversa le epoche. Ecco perch certe sugose parole servono: se proprio non c’ modo di estirparne il seme, si veda per lo meno di educare a riconoscerlo in tempo. A mezzo vocabolario. Don Paolino

Daniele Barbieri_sito WEB, La Bottega del Barbieri  262

Canaglia, prevaricatore, legno storto, cervello malato, bestia, sultanello, anima… Non c’ dubbio che Giuseppe Maria Felicini fosse un malfattore come evidenzia il titolo del libro di Gigi Monello Lo scellerato marcisce in fortezza ovvero Divagazioni sul Conte Felicini, gaglioffo bolognese castigato in Toscana, edito in luglio da Scepsi & Mattana (64 pagine per 7,50 euri). Monello insegnante di storia e filosofia da 30 anni, da quasi un ventennio al liceo scientifico Alberti di Cagliari. Ha incontrato il gaglioffo (affascinante la discussione su questa parola di origini incerte) Felicini mentre si occupava di un ben pi famoso scellerato – Cesare Borgia, detto il Valentino, figlio di papa – nel suo libro Il principe e il suo sicario, sempre Scepsi & Mattana 2014 (**). Felicini un tirannello perdente. Quando viene arrestato dai gendarmi del granduca di Toscana, il 24 luglio 1672, nella sua carriera criminale assortita ci sono 11 omicidi e una interminabile sfilza di malefatte minori. Rinchiuso nella fortezza di Volterra, l resta per 43 anni e 4 mesi, 15815 giorni, 379560 ore dopo 46 anni a godersela, straviziando e disturbando il prossimo. Molte le domande che Monello pone a chi legge. Come si castiga un gaglioffo? In che modo si risarciscono le vittime, vive o morte? Insomma lo scellerato Felicini l’ha veramente pagata? L’autore paragona – in una nota – la punizione del conte Ercole Felici, cavaliere bolognese facinoroso ad altre dei giorni nostri, come quella di Pietro Maso che per l’uccisione dei genitori ha scontato 22 anni. Aggiunge Monello un terribile conteggio: Maso due morti, 22 anni, 11 per morto e Brevik, il neonazista norvegese 77 morti, 21 anni di reclusorio, il massimo previsto da quelle parti: 3,2 mesi di galera per morto. Un bell’intrigo di etica, giustizia e leggi: ben degno di filosofi e dei loro ordinati, garbuglieschi cataloghi. Ma proprio la terribile fortezza di Volterra oggi ci parla, con un progetto teatrale noto in tutto il mondo, della speranza che si possa rieducare il criminale. Prima ancora del nodo delitto/pena c’ un quesito pi difficile: per fermarsi alla sola libidine violenta, se nella natura bestiale sporcare tutto, che razza di bambino fu Felicini? Si pent – a parole s, durante la lunga prigionia – o rest malvagio sino in fondo? Domande che purtroppo tornano tristemente attuali ogni volta che discutiamo di femminicidi e di altri crimini orribili.

Paola Murru  177

"Il caso vuole che vengano al mondo energetici, gente con un surplus da sprecare. E qui c’ il bello: se all’energia si accompagna il talento, vengon fuori costruzioni mirabili. Quando sia solo energia, gaglioffate distruttive o fanfaronate." Il Conte Giuseppe Maria Felicini, appartiene, senza ombra di dubbio, a questa seconda categoria di humani. "Venuto al mondo per perfezionarlo, venutoci –precisa l’autore - con quell’energia gaglioffa che fa prendere i propri simili come mezzi per le proprie voglie, cosucce da spremere. Del resto, l’energia energia…”. Ecco, dunque, in compendio, la lezione di questo prodotto storico-letterario, dove pare si abbracci, ancora una volta, in toto, la tesi secondo cui l’unica via per entrare nella testa dei protagonisti l’immaginazione; naturalmente, sempre con l’appoggio di dati precisi e circostanziati. Dati di cui non difettano le note, che intrecciano un rapporto di intertestualit e interdiscorsivit (l’uno non esclude l’altro) col testo, per cos dire, ‘maggiore’. Sembra che il narratore non possa fare a meno di dialogare con il lettore, e la sua dotta conversazione si estende, appunto, sino a comprendere le, a volte, ‘mal digerite’ interruzioni per farne un felice e riuscitissimo amalgama. Lettura piacevolissima e stimolante, di tono ironico, ma mai senza “leggerezza”. PAOLA MURRU

INSERISCI UN COMMENTO